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05 DE MARÇO DE 2007, SEGUNDA FEIRA
Francesco Martone - senador da Refundação Comunista Italiana - Esquerda Europeia
Dossier Afghanistan e Politica Externa
Como pode a Itália sair do atoleiro afgão e contribuir para uma política de paz? É o que tenta responder o camarada Martone neste artigo repescado do sítio da Refundação Comunista (em italiano)
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Dossier Afghanistan e politica estera



Italia in 'Catch 22'. Si lavori per ridurre all'osso il ruolo della Nato in Afghanistan

di Francesco Martone - senatore del Prc - Sinistra Europea

“Catch 22”, “Comma 22”, si dice in slang statunitense per una situazione nella quale una via d’uscita è preclusa dall’altra. Così si trova ora il governo italiano di fronte al drammatico, ma certamente prevedibile, aggravarsi della situazione sul campo in Afghanistan. A nulla valgono le “veline” rassicuranti inviate dai TG o dai principali organi di stampa riguardo alla relativa tranquillità nella quale vivrebbe il contingente italiano ad Herat, lanciate dopo l’attentato di ieri l’altro, e dopo le rivelazioni relative ai dati in mano ai servizi segreti spagnoli.

Che la situazione sia in progressivo deterioramento era da prevedere, visto che con Kandahar, Herat è considerata area di importanza strategica per il controllo della “Ring Road” che porta a Kabul, obiettivo chiave per la campagna di primavera dei Taliban. Anche la possibile decisione, anticipata oggi da El Pais, del Premier Spagnolo Zapatero di irrobustire il contingente spagnolo dopo l’attentato che è costato la vita ad una soldatessa spagnola, a bordo di un’autoambulanza parte di un convoglio ISAF italiano, dimostra che i timori sono tutt’altro che infondati, e che quei campanelli d’allarme dei servizi spagnoli non sono così facilmente accantonabili.

Eppure più volte in Parlamento il governo è stato caldamente esortato a spiegare come stessero veramente le cose senza perdersi in parole di circostanza, a dire cosa stessero a fare reparti d’assalto in operazioni dal nome roboante quale “Wyconda Pincer”, o impegnate in altre missioni che poco hanno a che vedere con la ricostruzione o la pace.

Con il passare del tempo risulta evidente che la strategia italiana di “tenersi fuori” dal conflitto, dalla guerra guerreggiata, resistendo giustamente agli appelli della NATO a spostarsi a Sud, dove infuria la battaglia, o a rivedere le regole d’ingaggio per unirsi alla controffensiva ISAF, alla lunga non reggerà. Se gli Italiani non vanno a sud saranno i Talebani ad andare a combattere dove sono gli Italiani. Fin qui nulla di così scandaloso. E’ la guerra, e chi sceglie di esserci ci sta fino in fondo. Il problema semmai è un altro, ovvero quello di assumersi la responsabilità politica di tenere dei soldati in uno scenario di guerra, pensando che ciò possa servire a costruire la pace.

E’ qui il "Catch22": se l’Italia si ritira unilateralmente perde voce in capitolo negli ambiti multilaterali competenti a ridiscutere la missione in Afghanistan (su questo va dato atto che il governo si sta attrezzando alla bisogna, avendo ottenuto per l’Italia l’incarico di relatore sulla missione UNAMA – quella civile, ed ISAF – quella NATO, al Consiglio di Sicurezza). Se però rimane in ISAF, i nostri soldati verranno visti come fiancheggiatori dell’opzione militare totale, quella che la NATO oggi ha deciso di giocare. Con ISAF sotto comando USA, con l’aumento dei danni “collaterali”; le morti di civili, i ritardi inaccettabili nella ricostruzione, anche i militari italiani, quelli con il “ramoscello d’ulivo nel mitragliatore”, saranno obiettivi di combattimento. Ed allora quale credibilità avrà lo sforzo lodevole da parte italiana di lavorare ad una soluzione diplomatica e politica del conflitto mentre i cannoni tuonano? E quanto si allontanerà ulteriormente l’ipotesi di una conferenza internazionale di pace, se le condizioni sul terreno vedranno un progressivo peggioramento?

Da quest’impasse l’Italia può uscire solo lavorando speditamente per riconvertire la missione internazionale, riducendo all’osso il ruolo della NATO, chiedendo all’ONU di mettere insieme un contingente internazionale di polizia che possa garantire la sicurezza dei civili afgani, rilanciando gli impegni per la ricostruzione, e per un processo di verità e giustizia sulle violazioni dei diritti umani compiute prima e dopo la caduta del regime talebano. Se questo si vuol fare o si crede di dover fare, allora non si potrà farlo se non portando la contraddizione all’interno della NATO, dell’ONU e dell’Unione Europea. Tenendo a mente un ultimo dettaglio non di poco conto però: che nessuna grande strategia diplomatica di costruzione della pace per quanto da sostenere, ed auspicare, dovrà o potrà costare il prezzo di una sola vita umana persa per mantenere in piedi quella speranza.

Roma, 5 marzo 2007


 

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